La vendemmia

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Tra maree di acini

grossi grappoli carnosi 

e l’odore di zucchero

La famiglia si raccoglie attorno alle viti feconde

con sulle labbra un sorriso e il canto.

La vendemmia avvolge settembre

come una mamma che

stringe tra le braccia un bambino gioioso

con le gote arrossate dal sole.

A volte il GESSO è la scelta migliore

Sono come PASTA nelle mani della VITA

Mi plasma e mi trasforma

Ma la MATERIA non perde mai il proprio SPAZIO.

In questo modellarmi continuamente 

divento ELASTICA, divento RESISTENTE

come una GINESTRA.

Nasco granito

Voglio diventare creta, o GESSO, magari.

Per sfaldarmi, disperdermi

Ma CONTROLUCE 

Non dimenticare il mio riflesso.

 E come polvere occupare ogni angolo, 

Perché NON MOLLO MAI.

Ma soprattutto

è troppo secco, troppo LUGUBRE,

il suono della pietra più dura 

quando lo scalpello della sofferenza 

colpisce nel punto di rottura.

Mi stringe il cuore, rimbomba di VUOTO.

Non ha SOLUZIONI.

Si rinnova la tradizione e mi concedo l’Arena in compagnia di mia Madre

arenaTutto inizia con l’attesa della “CORRIERA”, sulle panchine all’ombra dei pini marittimi, quasi tutte donne, ciarliere e eccitate, alcuni uomini, sorridenti e silenziosi, gli anni sulla pelle e gli zaini preparati con cura per l’evento annuale.
Con l’arrivo del pullman SI PARTE, via alla corsa per accaparrarsi il posto migliore, come ragazzini, poi le chiacchiere e la sosta in autogrill e l’arrivo a Verona. Ci si disperde. Ogni gruppo a ripetere la propria TRADIZIONE.
E’ d’obbligo il giro per la piazza, satura di energia vitale, testa all’aria ad osservare le calde rosate mura vecchie di secoli e quegli allestimenti di scena addormentati, a riposare nell’attesa del prossimo spettacolo…
– RICORDI “Ecco là la sfinge dell’Aida, com’è grande!”…”Guarda! Quelli sono i palazzi della Turandot, ricordo lo spettacolo, bellissimo…” “Ehi, ma quelle statue di cosa sono?!?” … RICORDI –
Chissà perché anche il sapore di quei panini, consumati velocemente nel parco guardando all’Arena, ha qualcosa di antico e speciale…
E poi SI ENTRA, ingresso E, gradinate, costano meno ma è bello comunque – le pretese valgono per l’Opera mentre la gita prevede semplicità – e ci immergiamo nell’atmosfera.
Nel tempo dell’attesa si rinnova la memoria, le gradinate bollenti su cui posizionare quel cuscino gonfiabile portato per l’occasione, pronti binocolo torcia libretto, lo sguardo si posa come borotalco sulle sedute dell’Arena, si scruta il palco, si spiano abiti, si aspetta il tramonto.
Le mille voci si fondono, tra dialetti e lingue variegati come i gusti dei gelati dei bar della piazza, volti diversi, la stessa espressione di attesa stupita.
Con il buio si avvicina il momento, entra il Maestro – APPLAUSI – e il suono del Gong che si ripete 3 volte amplifica l’aspettativa, allargandosi in onde concentriche – APPLAUSI – si accendono le candele benaugurali – LUCE – rito perenne. Gli sguardi brillano nella magia.
INIZIA LENTA LA MUSICA – SILENZIO – ESCONO GLI ARTISTI – SPAZIO ALL’OPERA!
E l’aumentare del canto ci solleva, il tempo scorre più veloce, le parole non si distinguono, ma l’ENERGIA è nell’aria, parlano musica ed emozioni.
Nell’ascoltare dimentico tutto, la scomodità degli spazi, gambe costrette e schiene sospese, sardine compresse con gli occhi spalancati, il bollore del cemento, il biancore dei flash, i commenti a voce alta sfuggiti al controllo.
Solo ogni tanto lo sguardo si sposta ad osservare nel buio, fuori dall’Arena, i colori delle eliche giocattolo lanciate nell’aria dagli ambulanti…
L’OPERA è come un’onda, come il caldo umido d’agosto. L’accogli, ti ci immergi dentro. Puoi amarla, odiarla, non comprenderla, ma anche senza capirla il brivido di tanto in tanto ti coglie di sorpresa. Non la puoi scacciare in nessun modo.
La chiusura dell’ultimo atto arriva spesso INASPETTATA – APPLAUSI – ali di passerotto solleticano il cuore e bagnano gli occhi – SALUTI.
Si riparte di corsa – Corsa???? MICA CI POSSONO LASCIARE QUA, NO? L’età porta ANSIA – per raggiungere il pullman, per tornare a CASA.
In viaggio, spazi riappropriati, si decide (DI GIA’?!?) l’OPERA per il prossimo anno…– COMMENTI “questa l’abbiamo già vista nel 2009!” “Ma non è meglio il venerdì del sabato?” “No, era il 2008!” “No, il venerdì mia figlia lavora!” “Io devo portare al mare i nipotini!” “Ma non è stato quell’altro anno, mi pare passato così poco?!” COMMENTI –
Il ritorno è in gran parte sonnecchioso e lento, le chiacchiere spente dalla stanchezza, molti dormono, alcuni indossano auricolari fissando il vuoto in silenzio, in un sedile vicino una mamma cuce le bomboniere per un matrimonio…
Manca però ancora un passaggio nella tradizionale gita all’Arena, perché non si dica mai che quella ROMAGNOLA non è gente allegra e godereccia.
ORE 02.00 sosta in autogrill Po’ Ovest A22 – si aprono le stive, fuori tavoli e panche da osteria – AZDORE ad affettar di pane toscano, salame, salsiccia passita e formaggio casereccio – acqua, vino, bibite a volontà, si fà MERENDA! I viaggiatori di passaggio sgranano gli occhi alla vista di 60 persone a banchettare nella notte. Il pasto si chiude col dolce, crostata delle nonne e albicocche di vallata.
Di buona lena si sistema il tutto, 5 min e l’area di sosta ha ripreso il suo aspetto originale. Saliamo sulla corriera, totalmente sazi.
Chiudo gli occhi. Mi spengo. Li riapro all’ARRIVO. Sta albeggiando. Con mia MADRE ci avviamo verso la mia casa di ragazza.
Anche quest’anno è andata.

Un amore così grande inciso nella memoria

Delle cose che osservo c’è n’è sempre una che mi colpisce maggiormente, pungentemente diretta oppure nascosta, che mi rimane impressa come lastra di una foto e spinge per uscire mentre mi accingo a scrivere il nuovo post del momento.

Oggi vi voglio raccontare di un amore.

Per lavoro ho conosciuto una signora di mezz’età, movenze gentili, abbigliamento dimesso, prossima alla pensione. Puntigliosa e accogliente, la definirei.

Suo marito lavorava con lei, socio della società. Era lui la trave che reggeva il tutto. 

Poi ha avuto grossi problemi di salute. Li ha tuttora, è un recupero lento, difficile, spinoso.

E’ un bell’amore il loro, nascosto tra gli anni e le difficoltà.

Lei è lì. Lo sostiene. Lo accompagna per mano. Aspetta che ritorni. E intanto ne fa le veci.

Non molla, non indietreggia, mai, dove lui non avrebbe indietreggiato.

Questa donna non è un capo, non è un muro. E’ evidente. E’ una donna. Una vita trascorsa. Figli. Nipoti. Gli anni che avanzano. Una donna normale.

Ma a me sembra una fiera, una leonessa, una tigre.

L’ho vista raccontare velocemente dei problemi di lui con occhi un pò più lucidi. 

E l’ho sentita farne le veci senza cedere nulla a nessuno, impalcatura di quella trave spezzata, salice, in attesa di un barlume di ritorno negli occhi di un uomo.

E’ bellissima. Commovente. Vera. Viva. Quella donna normale che difende la sua famiglia, la vita che ha costruito mattone su mattone insieme a suo marito.

Questo è quello che ho raccolto, questo è quello che spinge per uscire per essere raccontato.

Cogliere un amore così grande, al di là delle difficoltà, nudo di fronte alla vita ma vestito di dignità, sentirlo al di sopra delle parole, riempie l’animo.

Ripongo questa coppia nei cassetti nella memoria, tra le cose che non voglio dimenticare mai.