Stava cominciando a capire una cosa importante: le decisioni erano soltanto l’inizio di qualcosa.
Quando si prendeva una decisione si cominciava a scivolare in una forte corrente che ti portava verso un luogo mai neppure sognato al momento di decidere.
Pubblicato da astralla su giovedì, aprile 24, 2008
A casa li chiamiamo da sempre padelloni, forse per l’uso che spesso si fa del pesce appena pescato, fritto in padella e mangiato caldo.
Molti ancora li chiamano capanni da pesca.
Li ho visti sempre e solo nelle mie zone, nella Romagna, fin sul confine con Ferrara. Non so se esistano da altre parti d’Italia, ma di certo, dovunque si trovino immagino abbiano tutti quest’aspetto di enormi ragni di ferro galleggianti sul mare.
Dentro, mi dicono, hanno tutti i confort. Orso ha sentito che alcuni li hanno arredati come loft sul mare.
E’ da una vita che ho la curiosità mai sanata di entrare dentro queste strutture che mi hanno da sempre affascinato.
Per chi non li avesse mai visti, questi capanni, a cui si accede da strette passerelle arrugginite dal sale marino, funzionano come enormi reti da pesca.
All’arrivo sul padellone si cala, atraverso argani e funi, l’enorme rete che potete scorgere, immersa, nel verso del mare.
E la si lascia calata così per qualche ora, cosi che i pesci possano avvicinarsi nuovamente per essere belli pescati.
Nel frattempo si chiacchiera, si ride, si scherza tra gli amici giunti apposta per la pescata del giorno, si prende il sole e ci si lascia cullare dalle onde che si infrangono nei piloni di tenuta del capanno.
Poi arriva l’ora, si alza la rete, con i gabbiani attenti spettatori e fruitori del bene prezioso, e il pesce pescato luccica al sole rotolando nel fondo della rete, oro mobile, saporito.
Un cestello comandato a mano da dentro la cabina lo raccoglie con attenzione, lo allunga al pescatore e poi la rete si immerge di nuovo.
Nel padellone è festa, schioppettio dell’olio bollente e profumo di pesce fritto in pastella.
E sotto il capanno, nascosto nella sua pancia metallica, spesso si trova una barchetta in legno, pronta ad essere calata….
Anche questa è la Romagna, cruda e caciarona, nell’aroma saporito del pesce appena pescato.
Chissà se riuscirò mai ad andare anche io su un padellone. Non demordo, prima o poi succederà. Per ora mi accontento di fotografare questi strani ragni di mare, lungo il molo, per mostrarli anche a voi.
Buona giornata a tutti…Vado a pranzo, che mi è venuta fame !
Pubblicato da astralla su mercoledì, aprile 9, 2008
Delle cose che osservo c’è n’è sempre una che mi colpisce maggiormente, pungentemente diretta oppure nascosta, che mi rimane impressa come lastra di una foto e spinge per uscire mentre mi accingo a scrivere il nuovo post del momento.
Oggi vi voglio raccontare di un amore.
Per lavoro ho conosciuto una signora di mezz’età, movenze gentili, abbigliamento dimesso, prossima alla pensione. Puntigliosa e accogliente, la definirei.
Suo marito lavorava con lei, socio della società. Era lui la trave che reggeva il tutto.
Poi ha avuto grossi problemi di salute. Li ha tuttora, è un recupero lento, difficile, spinoso.
E’ un bell’amore il loro, nascosto tra gli anni e le difficoltà.
Lei è lì. Lo sostiene. Lo accompagna per mano. Aspetta che ritorni. E intanto ne fa le veci.
Non molla, non indietreggia, mai, dove lui non avrebbe indietreggiato.
Questa donna non è un capo, non è un muro. E’ evidente. E’ una donna. Una vita trascorsa. Figli. Nipoti. Gli anni che avanzano. Una donna normale.
Ma a me sembra una fiera, una leonessa, una tigre.
L’ho vista raccontare velocemente dei problemi di lui con occhi un pò più lucidi.
E l’ho sentita farne le veci senza cedere nulla a nessuno, impalcatura di quella trave spezzata, salice, in attesa di un barlume di ritorno negli occhi di un uomo.
E’ bellissima. Commovente. Vera. Viva. Quella donna normale che difende la sua famiglia, la vita che ha costruito mattone su mattone insieme a suo marito.
Questo è quello che ho raccolto, questo è quello che spinge per uscire per essere raccontato.
Cogliere un amore così grande, al di là delle difficoltà, nudo di fronte alla vita ma vestito di dignità, sentirlo al di sopra delle parole, riempie l’animo.
Ripongo questa coppia nei cassetti nella memoria, tra le cose che non voglio dimenticare mai.
Ci sono luoghi, nella memoria del tempo, che rimangono statuari, perenni, al passaggio delle ere.
Ci sono immagini che vengono fermate meglio tra il bianco e il nero, poichè i colori possono di certo cambiare, anche solo nel tempo delle stagioni, mentre quelle ombre tra le pietre arrotondate dal tempo rimarranno fino a quando ci saranno mura.
Ci sono chiese antiche, senza un tetto ma con una copertura di stelle e un pavimento verde dell’erba appena nata, e racconti di regni e degli eroi, di tavole rotonde e spade conficcate con la fede nella roccia più dura.
Vagando per il Creato, nella dolce terra d’Italia, tante leggende si scoprono e si riscoprono e questa è una tra tante, tra le morbide colline senesi.
Amo Siena quasi fosse la mia città, al tempo passato lontano risponde un senso di mancanza, dei suoi vicoli stretti e della torre alta, della conchiglia a raccogliere la piazza e i Banchi di Sopra per abbracciare i negozi.
Per Pasqua siamo tornati lì, Orso ed Io. Il tempo non è stato clemente, ma nemmeno così fastidioso.
Tra le immagini di cui mi sono beata, nuove e già viste, che questi giorni mi hanno lasciato, San Galgano è la novità che rafforza l’idea di una delle più belle Terre al mondo, uno spazio magico che riporta con l’immaginazione ai tempi dei maghi e dei cavalieri, dei santi e dei condottieri.
Vi consiglio di andare a scoprire questo luogo fatato, se capitate per di là, nella provincia senese, oltre ad arrampicarvi in cima alla torre del Mangia e a patteggiare per i colori delle contrade del palio.
Poi, domati, sedete a tavola davanti ad un sanguigno bicchiere di Chianti del contadino e ad un piatto di sano, classico, sostanzioso cibo toscano.
Sentirete la semplicità del tutto che rende la Toscana una terra così conosciuta, così amata.
Per chiudere spero abbiate passato una Buona Pasqua, con le persone a voi care. Certo è che anche senza scrivervelo il mio augurio è stato pensato anche per voi.
Da quel film, ne parlavano l’altro giorno alla radio, è rimasta una frase dell’immaginario collettivo, che parla di posti lontani, di dolore e conoscenza, che appassiona.
Ricordo la prima volta che vidi il film rimasi colpita da quelle frasi pronunciate con voce debole e rauca, sotto la pioggia…La seconda volta registrai gli ultimi minuti per potermi scrivere quelle parole che così tanto mi avevano colpito.
Solo dopo scoprii che non era capitato solo a me.
In tutti i caso oggi ve le riporto qui, un pò sotto forma di ricordo e un pò come monito e riflessione…
E’ rimasto ancora qualcosa da scoprire? Che rimarrà di noi nel tempo? Quanto andrà perduto? E quanti altri interrogativi riusciamo a porci ascoltando queste poche righe immemori?
Un abbraccio forte e sogni di luoghi lontani.
« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…
come lacrime nella pioggia.
È tempo…di morire. »
Pubblicato da astralla su lunedì, gennaio 14, 2008
Venerdi sera sono riuscita a trascinare Orso al cinema a vedere “Io Sono Leggenda”, con Will Smith. A dir la verità, anche se il genere non è proprio nelle sue corde, Orso è stato bene felice di accompagnarmi, curioso dopo la cascata di elogi che da anni faccio al libro di Richard Matheson, da cui è stato tratto questo film, che è uno dei miei libri preferiti e fa parte viva dei ricordi del passato.
Silvia, come me cultrice del romanzo di fantascenza datato 1954, aspettava con la mia stessa foga di vederlo in immagini.
Quando l’ho incontrata, sabato sera, si è ritrovata ad ascoltare una recensione lapidaria…
Questo film non ci è piaciuto per niente. Ed è stato un flop anche nelle mie migliori aspettative.
Cioè dire che questo film è dedicato al libro è un sonoro errore….Forse solo la definizione allargata ”liberamente tratto” può vagamente rendere il concetto.
Nel film ho trovato un Robert Neville che si lascia vivere, con la sola speranza di trovare altri superstiti, perso tra chiacchiere e feeling con manichini, non un lottatore che non cede d’un solo passo al destino avverso, quale era stato creato dall’autore. Nelle immagini ho scovato un cane neanche pensato, una mamma con un bimbo mai esistiti e superstiti incredibilmente fuori luogo.
Insomma, l’impressione impellente è stata quella del classico filmone hollywoodiano, fatto solo di effetti speciali.
Della storia originale non ho trovato nulla, men che meno nel finale, impostato con una morale esattamente contraria rispetto a quella del libro.
Persino il titolo, “Io sono Leggenda” non deve essere l’esclamazione di un esaltato, il supereroe di turno, ma piuttosto una riflessione su come può cambiare la prospettiva, su quanto sia fragile la razza umana, di come sia facile diventare una “Leggenda”, al pari dell’Uomo Nero, di Dracula o di qualche altro mostro nato dall’immaginario collettivo.
Insomma,il risultato di questa pseudo recensione totalmente personale è questo.
Se non avete amato il libro troverete il film un buon racconto, senza troppi particolari, buoni effetti speciali e non coglierete i dettagli.
Se avete adorato il libro piuttosto che spendere i soldi per un film che vi deluderà mettetevi davanti al camino a rileggere una bellissima storia di fantasia, che nasconde al suo interno grandi realtà.
Vi abbraccio forte e vi auguro un buon inizio settimana!
Pubblicato da astralla su giovedì, gennaio 10, 2008
Ho conosciuto De Andrè tardi, quando già rimaneva solo nella memoria della gente e della musica.
Le sue canzoni cantate morbidamente e i temi impegnati mi hanno da subito affascinato. Poichè la musica fa ballare ma a volte deve anche far pensare…
Rifletto ora sul fatto che nelle lunghe trasferte degli scorsi anni era una delle colonne sonore più cantate. Era da un pò che non ricordavo quei momenti.
Qualche giorno fa mi sono ritrovata tra le mani l’ultima sua raccolta “in direzione ostinata e contraria”, mai titolo fu più azzeccato…
E vi ho scoperto una canzone, famosa di certo, ma che non conoscevo. Via Del Campo, lei si chiama.
Tra le sue strofe una speranza, in una frase che mi ha spinto forte a riportarla qua per farvela sentire.
“…Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior….”
Pubblicato da astralla su mercoledì, dicembre 19, 2007
Sui quotidiani oggi leggo che un imprenditore americano ha acquistato per una cifra record (strano !) una delle pochissime copie, e forse la più preziosa, della Magna Charta, datata 1297.
Durante i miei anni scolastici ovviamente un accenno a questo documento c’è stato, accenno appunto, dato il percorso tecnico della mia formazione. Solo oggi, umilmente lo ammetto, prendo in considerazione l’argomento.
La Magna Charta rappresenta il primo documento fondamentale per la concessione dei diritti dei cittadini. E’ stata scritta in un’epoca strana, di chiusure estreme e aperture illuminate.
Parla di libertà in un tempo dove un singolo sovrano governava tutto un singolo mondo. E gli abitanti non erano cittadini almeno quanto le formiche non lo sono nella terra mista dell’aia.
il divieto per il Sovrano di imporre nuove tasse senza il previo consenso del Parlamento,
la garanzia per tutti gli uomini di non poter essere imprigionati senza prima aver sostenuto un regolare processo (principio del “habeas corpus integrum”),
la riduzione del potere arbitrario del Re in termini di arresto preventivo e detenzione. “
Leggere e riflettere su questa carta che parla di un diritto non incarcerato, di un libertà senza catene, seppure allora tutto questo non fosse altro che una piccola fiaccola e non il grande fuoco che divampa ora mi ha illuminato la giornata.
Nel XXI secolo il libero pensiero è stato raggiunto e spesso superato. Non riesco ad immaginare una vita cadenzata da obblighi talmente potenti da condizionarmi. C’è il mondo in cui muovermi a cavallo delle leggi.
Allora l’unica terra conosciuta era quella del padrone.
In un Allora così come lo immagino, una Magna Charta con limiti al potere del singolo in favore della garanzia di un processo, credo fosse un evento raro ancor più di un eclissi di sole.
Perdonate le possibili imperfezioni storiche, ma in quella carta vedo una porta nel futuro.
Pubblicato da astralla su martedì, dicembre 11, 2007
Non me ne voglia la cara Mapina per questo post all’insegna del dolce clima natalizio, essendo lei in parte causa del processo di pensiero.
Natale è il periodo dell’anno che meglio richiama alla mente memorie di zucchero e panna, tra spazzi di brillante rosso e verde muschio.
Partiamo dagli abbobbi, tra i rami e le lucine, quanti bambini nel tempo, Orso per primo, avranno fatto indigestione di dolcetti appesi alle fronde dell’albero di natale? Bacchette di zucchero, monete di cioccolato, ovetti, barrette, caramelle e allegria?
Senza considerare il freddo invernale che porta con sé il desiderio di cioccolate calde, zucchero e torrone, nei bar rumorosi, nelle sagre del centro e in periferia.
Procediamo piano nel periodo delle feste, al pranzo di Natale e quello della Vigilia, tra profusioni di mascarpone, panettoni farciti e pandori, ricoperti di un confettato volteggio di zucchero a velo, alla luce delle candele e accompagnati di festose musiche natalizie. E non li sentite in lontantanza i mille campanelli del Natale?
Poi si arriva a Capodanno, ai fastosi cenoni, ai brut e agli spumanti dolci, brindisi al vecchio che se ne va e al nuovo che arriva.
Infine l’Epifania con le sue calzette appese alla luce del camino, spigolose di carbone dolce e di caramelle per i bimbi buoni….
Tutto il periodo richiama dolcezza, l’umore si ammorbidisce al giubilo dei bambini e si diventa più buoni, persino la neve sa di panna…
Finite le feste rimangono qualche kilo in più e un sorriso più lieto…
Per una profusione di zucchero e panna, il tutto tinteggiato di auguri di Buon Natale.